Il Parlamento italiano e il green pass: strana storia di un cortocircuito istituzionale (e di uno personale)
Di green pass ormai si sente parlare dappertutto e se già ora rappresenta il lasciapassare per l'accesso in contesti ludico-ricreativi (ristoranti, cinema, stadi, etc) a quanto pare a breve non si potrà entrare praticamente da nessuna parte - in primis nel luogo di lavoro - senza questo benedetto certificato. Con una sola eccezione, almeno sinora, vale a dire in parlamento.
Eh sì, perché - battute sull'associazione tra camere legislative e lavoro a parte - almeno sino a quando gli onorevoli deputati e senatori non delibereranno l'obbligo per sé stessi, l'accesso ai rispettivi emicicli non sarà in alcun modo limitato. E questo perché - come credo tutti sappiano - nel nostro ordinamento il parlamento è sovrano, e non solo a chiacchiere, e pertanto decide da sé in merito al suo funzionamento, senza che nessun altro possa ingerirsi al riguardo.
La questione assume i contorni del paradosso anche a causa del fatto che gli attuali obblighi in materia hanno viaggiato tutti tramite disposizioni di emanazione governativa. In sostanza, di green pass e della sua gestione se ne sta occupando l'esecutivo, che legifera ovviamente tramite decretazione d'urgenza che non può in ogni caso contenere norme imperative nei confronti del parlamento.
Dunque il governo si è limitato ad inviare una raccomandazione alle aule affinché adottino i necessari aggiornamenti ai loro regolamenti di modo che l'accesso ad esse - e non solo ai ristoranti interni - sia consentito esclusivamente a seguito dell'esibizione del green pass.
La lettura della notizia, invero non ordinaria, ha prodotto in me due ordini di sensazioni, tra loro contrastanti.
La prima, immediata, a metà strada tra l'ilarità e il fastidio. Ho infatti pensato subito qualcosa tipo "ma guarda tu 'sto parlamento, si deve far tirare per le orecchie dal governo per fare qualcosa di sacrosanto e di scontato!". Mi è parsa infatti addirittura lapalissiana l'opportunità di un tale provvedimento e dunque paradossale, al limite del comico, il fatto che non si fosse ancora proceduto autonomamente in tal senso.
Col trascorrere del tempo però, a pensare con calma sulla questione, ha iniziato a prendere piede un altro ordine di valutazioni: va bene, il green pass è un male necessario di cui dobbiamo dotarci e far sì che sia richiesto ovunque affinché sia possibile riprendere una vita produttiva, sicura e appagante, ma se io obbligo tutti i parlamentari ad adottarlo in ambito deliberante non sto limitando una libertà fondamentale - per quanto concetto tirato per la giacca in questo particolare momento - ovvero quella di consentire l'accesso laddove si decidono le sorti del nostro paese anche ai legittimi rappresentati di questi strampalati e fastidiosissimi, ma pur sempre cittadini italiani, no mask - no vax - no green pass?
Badate bene: ho fatto il vaccino, eterologo peraltro, voglio fare la terza dose e sono favorevole all'estensione del green pass sui luoghi di lavoro, tutti, nessuno escluso. Forse, però, obbligare a tanto anche i parlamentari è davvero qualcosa che può entrare in conflitto con i meccanismi primari attraverso i quali nel nostro ordinamento tutte le idee e gli orientamenti - con le dovute eccezioni ovviamente - hanno rappresentanza, financo nei luoghi ove si decide, se la loro forza numerica è tale da esprimere una proiezione parlamentare.
Il tema è delicato e al momento non ho una risposta definitiva. So bene che viviamo un periodo eccezionale che richiede soluzioni eccezionali anche in deroga - temporanea, sia chiaro - a principi apparentemente irrinunciabili. La realtà è che queste eccezioni stanno divenendo via via sempre più frequenti, anche valutando in vasta retrospettiva il degrado di alcune garanzie che abbiamo sacrificato sull'altare dell'efficienza e della modernità ben prima dell'arrivo di questo stramaledetto virus.
La verità è che la democrazia, la libertà, lo stato di diritto sono cose bellissime, fragilissime e al tempo stesso difficilissime da perpetuare. Ma credo che è ponendosi questo tipo di domande, alimentando questo tipo di conflitti, che si possa riuscire nell'intento.

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