Un anniversario dispari

 

















Oggi, tredici anni fa, dal mattino alla sera, mio padre mi lasciava.

Questo non è un post celebrativo, ovviamente. Tredici anni è un anniversario dispari e non è nemmeno la metà di uno “tondo”. E poi non c’è nulla da celebrare. Quello che mi spinge a scrivere è la sensazione di un cerchio che finalmente si chiude, nel primo anniversario della sua scomparsa in cui anche io sono padre.

Abbiamo avuto un rapporto controverso, anche se credo molto simile a quello di altri della mia generazione. Siamo stati i primi figli del vero benessere consolidato, pagato però al prezzo di padri spesso assenti.

Crescendo, mentre i suoi impegni si intensificavano, l’adolescenza e la prima gioventù mi portavano sempre più lontano da lui, convinto del fatto che fossi io l’incompreso nel rapporto. E’ vero, a sedici o vent’anni ci si sente al centro del mondo e la zucca è per lo più vuota, ma oggi, a ripensarci, la sua parte ha sempre provato a farla, sebbene con le difficoltà tipiche di una vita piena di impegni lavorativi.

Eppure, la mia convinzione era tale che uno degli alibi che per anni mi sono dato per il fatto di non avere figli è che avrei voluto essere davvero loro padre. Il sottointeso era che il mio non lo fosse stato. Niente di più ingiusto, ma solo oggi lo capisco davvero.

Alla fine ci ritrovammo. Ovviamente su fronti opposti – padre anziano e figlio in rampa di lancio per la vita –  ma finalmente in un rapporto da uomo a uomo. Avevo ormai quasi trent’anni, che è quell’età in cui si pensa di essere i soli a capire qualcosa mentre gli altri sono dei perfetti incompetenti, ma dove non arrivava la mia scarsa capacità di leggere i suoi sentimenti, sempre sottotraccia ma chiari e non equivocabili, poterono le vicende della nostra famiglia, che mi riavvicinarono a lui anche se per poco tempo.

Quegli ultimi anni furono difficili, per le circostanze di cui sopra, ma al tempo stesso magnifici: aveva finalmente tempo da dedicarmi, mentre io avevo aperto degli spiragli da cui facevo entrare i suoi insegnamenti provando però a non darlo a vedere. E allo stesso modo rendevo indietro sprazzi di gratitudine. In mezzo rimanevano le consuete discussioni e le incomprensioni che, chi mi conosce bene lo sa, sono la cifra della mia personalità complessa e per nulla semplice da gestire.

Oggi so che quei pochi e difficili anni dedicati alla mia formazione umana e professionale probabilmente sono stati per lui, professore e professionista stimato nonché guida pro-tempore di una comunità cittadina a cui non erano dunque mancate meritate soddisfazioni, la cosa più bella che la vita gli abbia riservato, mentre io mi sono maledetto per lunghi anni dopo la sua scomparsa per non essere stato più prodigo di quelle monete – la gratitudine, l’affetto, la riconoscenza –  che sembravano così difficili da spendere anche in quei momenti di ritrovata intesa.      

Poco meno di un anno fa è arrivata Luce. Tra me e lei passano quarantasei anni. Sono tanti. Non so se riuscirò a starle vicino per un tempo sufficiente a che il mio amore sia per lei perfettamente leggibile e tale da non lasciare spazi agli inevitabili “non detti” o “non fatti”. Credo, anzi, che questo non sarebbe possibile nemmeno se davanti a me avessi altri cinquanta anni da vivere. Vorrei, però, che riuscisse a comprendere che quel tormento che si porterà dentro è tanto normale quanto ingiustificato.

Perché ora lo so meglio del mio nome e cognome: essere padri è una sfida che si vince solo nel lungo periodo. E vorrei davvero farle sapere un giorno che il senso di tutto questo – che pare un’ingiustizia ma non lo è – me lo ha reso proprio lei nell’istante in cui l’ho tenuta in braccio per la prima volta.

Perché proprio in quel momento ho sentito l’impulso di girarmi e cercare gli occhi di mio padre per dirgli: finalmente ho capito.

Commenti

  1. È uno scritto così intimo, così vero. Grazie per averlo condiviso. Diventare "grandi" amplia l'angolo del nostro orizzonte e ci fa vedere tutto incredibilmente più chiaro e nitido. Anche se nella quotidianità indossiamo.gli occhiali. Ti (vi) abbraccio.

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  2. Le tue parole così profonde e intense, accompagnate da una scrittura magistrale, mi hanno fatto emozionare e regalato quel nodo in gola che si scioglie solo con qualche lacrima. Ma lacrime di quelle belle, quelle di cui non dovremmo mai vergognarci, quelle che valgono per un "grazie" o un "ti voglio bene" non detto ,rimasto lì come un piccolo morto che ci portiamo dietro,e dentro. 12 anni fa ,in questo giorno, salutavo gli occhi buoni di mio padre. Grazie per avermi fatto scendere quelle lacrime benedette che erano bloccate da qualche parte e aspettavano di essere buttate fuori per dirmi"Va bene. Abbiamo fatto quello che siamo stati in grado di fare, nessun carnefice e nessuna vittima. Grazie, ti amo."

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    1. Sono felice di essere riuscito a rendere in parole l'universalità di questa sensazione. E anche di averti fatto fare pace con essa. Ciao.

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  3. Ho avuto la fortuna di contemplare gli occhi di Bruno molte volte, anche quando ci lasciavate per andare a fare le vostre serate tu e Roberto e forse erano quei periodi di "confronto" e distanza (La chiamo fortuna perché non è da tutti avere l'opportunità di "esser presente" in certe occasioni e conoscere grandi Uomini) Ti assicuro, con ragionevole certezza, anche se ero un piccolo e insignificante "uttro" che sono stati sempre occhi pieni di orgoglio e soddisfazione! Sempre...

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