Il Tax gap italiano e i paradossi dell'evasione fiscale - Parte 2


Nella prima parte di questo post ho analizzato in maniera semplificata la struttura dell'evasione fiscale italiana. Vediamo in sintesi qual è (stata) la risposta dello stato e i paradossi connessi. 

Il primo tentativo è stato fatto con la determinazione su base presuntiva dei redditi, i famigerati studi di settore, oggi sostituiti dagli altrettanto famigerati indicatori sintetici di affidabilità. Questo passaggio è stato necessario quando ci si è resi conto che controllare analiticamente sul posto la miriade di contribuenti italiani è tecnicamente impossibile. O meglio, possibile ma ad un costo che avrebbe di gran lunga superato il recupero di gettito. 

C'è voluto poi un po' di tempo, ma il piccolo contribuente ha capito che non aveva più senso caricare il proprio conto economico di fatture di acquisto e non fatturare nemmeno un euro di ricavi, dichiarando così imponibili nulli e crediti IVA abnormi (magari da chiedere a rimborso), contando, nel tenere questo comportamento evidentemente illegale, sulla bassa probabilità di essere verificato.

Anche a livello di interpretazione della norma si sono fatti nel contempo grossi passi avanti, perché è ormai pacifico che lo scostamento calcolato dall'algoritmo in sé non è sufficiente a legittimare un recupero di imposta, che deve essere sempre sostenuto da comprovate evidenze gravi, precise e concordanti, salva sempre la possibilità di provare il contrario da parte del contribuente. 

Il problema di questi strumenti è che sono visti dai contribuenti incisi come delle intollerabili ingerenze nella libertà di impresa, nonostante l'algoritmo della funzione di ricavo sottostante sia definito in contraddittorio con le rappresentanze di settore e dunque sia un'approssimazione spesso molto precisa della realtà che vuole ricostruire. Dunque, libertà di impresa o libertà di evasione?

Si è proceduto quindi secondo altre due direttrici: fatturazione elettronica e tracciamento dei pagamenti. Due strumenti che, in combinato, hanno portato alla riduzione significativa negli ultimi anni del tax gap in materia di IVA, con connessi recuperi anche sul fronte dell'IRPEF/IRES. Anche qui, però, sebbene con toni più smorzati, il ceto piccolo imprenditoriale ha fatto sentire tutto il proprio malumore, stavolta fondato, almeno all'apparenza, sui presunti abnormi costi per la transizione digitale che da tale approccio consegue. 

Anche qui  la verità sta in mezzo: se è vero che la struttura commissionale delle banche e degli operatori finanziari è tale da rendere il pagamento tracciato in alcuni casi penalizzante per gli esercenti (ma su questo si sta lavorando), è altrettanto vero che fatturazione elettronica e i corrispettivi telematici sono stati metabolizzati molto velocemente dal sistema a costi tutto sommato contenuti. A tacere, poi, degli evidenti miglioramenti a livello organizzativo e gestionale di imprese digitalizzate quantomeno sul fronte amministrativo.  

Insomma, tutto 'sto pippone per dire? Semplice, che il tax gap è un fenomeno piuttosto articolato ma che nelle sue determinanti dipende essenzialmente dalla struttura socio-economica del nostro paese, che è caratterizzata da grande polverizzazione degli operatori economici, arretratezza tecnologica e ritrosia all'utilizzo del pagamento elettronico. 

Si può essere in disaccordo con gli strumenti messi in campo per arginare il fenomeno ma allora occorre trovare altri modi per riassorbire il rimanente tax gap, perché è un tema che non può essere liquidato semplicemente come da accettare, se si tiene a mente l'ammontare del debito pubblico, alimentato indirettamente dalle imposte non pagate. Viene da sé, infatti, che se mancano delle entrate cospicue nel bilancio dello stato, a parità di spesa, o ancor peggio, con spesa in crescita, il debito pubblico sale. 

Vale a questo punto la pena domandarsi chi siano i soggetti creditori dello Stato che hanno in mano questi titoli del debito. Più della metà di questi, in effetti, è in mano, direttamente e indirettamente, a noi stessi. Direttamente, quando compriamo titoli di Stato per allocare i nostri risparmi. Indirettamente, quando questo acquisto lo fanno per noi le banche con i soldi che teniamo a disposizione sui nostri conti correnti. 

Dunque in sostanza il debito pubblico, estremizzando al massimo, allo stato attuale altro non è che il debito che noi italiani-contribuenti abbiamo nei confronti di noi italiani-risparmiatori/depositanti. 

Buffo no? Cioè, da una parte evadiamo, contribuendo così ad aumentare i nostri risparmi privati, portando però in tal modo lo stato ad indebitarsi (che spesso usa questi soldi per pagare prestazioni sempre a nostro favore, vedi pensioni e stipendi pubblici); questo maggiore risparmio lo offriamo in prestito al soggetto che raggiriamo, facendoci inoltre pagare giustamente un interesse, che a sua volta aumenta ancora di più il debito pubblico, che così si avvita ancor di più su sé stesso. 

E cosa accade quando un debito non diviene più sostenibile? Semplice: il debitore fallisce. E cosa accade quando a fallire è uno stato? Semplice: non paga più stipendi e pensioni e non eroga più servizi, ma soprattutto non paga, in tutto o in parte, i suoi creditori arretrati. Cioè noi!

Insomma, quando accettiamo che l'operazione in cui figuriamo come consumatori finali venga regolata in contanti e senza l'emissione di un documento fiscalmente rilevante, oltre che a darci la zappa sui piedi perché stiamo contribuendo nell'immediato alla sottrazione di risorse per la sanità, i trasporti pubblici, le pensioni e l'istruzione, stiamo altresì facendoci del male come risparmiatori. 

Non è immediato, ma a mio avviso è chiaro: l'evasione fa male a tutti.     

Commenti

Post popolari in questo blog

Perché ha ancora senso parlare di fascismo (e di antifascismo)

Alla prossima

La prospettiva della storia e quella della cronaca