Il DDL Zan, la Chiesa e la società aperta


Sta facendo molto discutere la vicenda legata alla nota verbale che la Segreteria di Stato vaticana ha consegnato all'ambasciatore italiano presso la Santa Sede per denunciare la presunta violazione del concordato ad opera del DDL Zan. Sul punto però ci sono alcuni aspetti che vanno chiariti per cercare di tirare fuori dalla propaganda il dibattito che ne è sorto. 

Piaccia o meno, il Vaticano è parte della nostra storia. Lo è su un piano culturale, molto prima che religioso. Ma anche storico e politico, alla luce della continuità territoriale tra i due stati e delle vicende che hanno portato alla loro creazione. 

Sul piano del diritto internazionale, dunque, abbiamo due entità statuali indipendenti e sovrane, che hanno regolato la propria convivenza tramite dei trattati. Ma è noto come l'influenza del Vaticano sulla società italiana dipenda anche dalla profonda connessione che c'è tra la dottrina cattolica e la nostra cultura. 

Negarlo sarebbe miope. Anche un convinto laico e turbo-progressista come me sa che non possiamo affrancarci dal condizionamento che la cultura cristiano-cattolica ha su di noi. O meglio, per poterlo fare, come abbiamo dimostrato negli ultimi cinquant'anni, è necessario prenderne atto e accettarlo come punto di partenza. 

Anche perché la Chiesa partecipa attivamente alla vita della nostra società. Non solo tramite le attività di culto, ma anche in una serie di campi che vanno dall'assistenza ai più deboli al volontariato, dall'istruzione alla cultura, rappresentando spesso in alcuni settori un baluardo più saldo e presente di quello dello stato. Che questo piaccia o meno.

E' dunque perfettamente normale che come centro di interessi, inteso come soggetto portatore di legittime istanze, partecipi al dibattito sulle norme che il nostro ordinamento produce. Si può poi essere o meno d'accordo con le sue posizioni (e io spesso mi trovo esattamente dall'altra parte della barricata), ma è basilare riconoscere e vedere come un fatto positivo la partecipazione della chiesa cattolica alla vita sociale, politica e culturale italiana. 

Su queste basi ci si può dunque chiedere se non fosse preferibile, ad una nota ufficiale del ministro degli esteri vaticano - dunque un atto formale di uno stato straniero che si "intromette", seppur sulla base di un trattato internazionale, nelle vicende italiane - un intervento della CEI nel dibattito politico in corso. 

Perché ha ragione Draghi quando, ricordando l'ovvio - ovvero che l'Italia è uno stato laico, per di più facente parte di un'entità sovranazionale che ha dei valori fondanti cui deve far riferimento nella sua produzione legislativa - aggiunge che la nostra Costituzione pone il rispetto della legge e dei trattati internazionali a pietra angolare della sua esistenza stessa e che i meccanismi di produzione legislativa assicurano adeguati controlli del rispetto formale e sostanziale del dettato costituzionale. 

Si tratta di un'annotazione sul metodo scelto, non sui contenuti. Credo che infatti avrebbe avuto meno da dire di fronte ad un'affermazione nel merito del cardinal Bassetti, al quale anzi non avrebbe opposto alcuna osservazione in quanto il disegno di legge, appunto perché tale, è di iniziativa parlamentare e non governativa. Il tutto sarebbe rientrato nella normale dialettica tra le componenti di una comunità - politica, sociale, civile - che dialogano tra loro, anche aspramente, per arrivare alla corretta definizione delle norme che regolano la vita di ognuno. 

Poi si può aggiungere che il DDL Zan si occupa di questioni talmente scontate e all'urgente ricerca di una soluzione civile che di discutere non ci sarebbe nemmeno bisogno. Però così entriamo in un altro campo, al quale onestamente non ho voglia di accedere, essendo ai più chiaro come io la pensi. 

Ma negare alla Chiesa il diritto alla critica, vieppiù orientata alla soluzione della questione come in questo caso, sarebbe una grave contraddizione dei principi di "società aperta" che chi è a favore del DDL Zan, come il sottoscritto, oppone più o meno consapevolmente alla visione "magica e tribale" (per rimanere nella terminologia popperiana) di chi vi è contrario. 

 

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