I tre moschettieri e le verdi speranze
Il "la" me lo dà Matteo Berrettini, fresco vincitore del suo quinto torneo ATP, il più importante tra quelli sinora conquistati, vale a dire il Queen’s, un ATP 500 (terza categoria per importanza, dopo gli Slam e gli ATP 1000), ma soprattutto l’antipasto del torneo dei tornei, The Championships, meglio conosciuto come Wimbledon.
In verità Berrettini è al momento il vertice di un movimento che così forte non lo è mai stato, forse nemmeno ai tempi di Panatta, Barazzutti e Bertolucci. Magari esagero, perché Panatta vinse Roma e Parigi, Barazzutti fece un paio di semifinali negli Slam e tutti e tre vinsero una Davis e disputarono diverse finali della coppa per nazioni. Ma dopo tanto digiunare, appesi ai più o meno modesti talenti che il nostro movimento ha prodotto negli ultimi quarant’anni, abbiamo finalmente una generazione di potenziali fenomeni proprio mentre il tennista italiano più talentuoso degli ultimi venti anni – Fabio Fognini – si avvia verso il viale del tramonto di una carriera che a detta di molti poteva riservargli più soddisfazioni di quante i suoi limiti caratteriali gli abbiano consentito.
Quello che più fa piacere è che i tre migliori, al netto di Sonego che potrebbe fungere da quarto moschettiere come nel romanzo di Dumas, esprimono caratteristiche completamente diverse e dunque in prospettiva la potenzialità di dominare il circuito a prescindere dalle superfici.
Ecco Berrettini, dunque, il più “anziano” dei tre. Venticinque anni, romano, un servizio micidiale, dritto prepotente, gioca un tennis dominante, potente e aggressivo che si risolve spesso in scambi veloci e colpi vincenti. Ha un’ottima palla corta che gioca a ridosso di accelerazioni profonde e un rovescio in slice utilizzato soprattutto per riposizionarsi e giocare i colpi che preferisce. Migliorasse, oltre al rovescio, nel già buon gioco di volo - so che qualcuno ora mi prenderà per matto - somiglierebbe molto a Sampras. Così com’è pare più un Del Potro o un Safin (se solo avesse il rovescio bimani naturale del russo) – e già sarebbe tanto – ma non è detto che non possa migliorare. Nella top ten da un paio di anni, ha già giocato una final ATP nel 2019, ha raggiunto le semifinali negli US Open del 2019 e promette molto bene per i prossimi anni. I limiti sono quelli del gioco che propone: soffre, ma non troppo, le superfici lente e nei giorni no le alte percentuali di vincenti necessarie all’economia del suo gioco possono trasformarsi in altrettanto alti tassi di errori gratuiti.
Destinato secondo molti a contendere il trono di Matteo, l'altoatesino Janick Sinner è un prodigio di precocità. Neanche vent'anni ed è già stato nei primi venti del mondo, ha giocato i quarti al Roland Garros e una finale di un ATP 1000. Ha un tennis potente e regolare, dotato di accelerazioni di rovescio da fondo campo degne del grande Djokovic al cui tennis potrebbe aspirare migliorando palla corta, velocità di esecuzione del diritto e soprattutto risposta. E’ dotato però di grande solidità mentale e di una regolarità capace di fargli reggere il palleggio veloce con molti giocatori nominalmente più forti di lui. Deve crescere molto, perché il suo stile di gioco è di quelli da tennista cyborg – di pressione costante – fatto di regolarità ad altissimi regimi che solo una tecnica granitica e una forza mentale fuori dal comune possono assicurare. Alla Lendl. O, per stare ai giorni nostri, vedere il manuale Novak.
Infine Musetti. Un anno più giovane di Sinner, già top 50, sembra anche più forte dell’altoatesino, ma sicuramente è più bello a vedersi per chi ama il tennis classico. Gioca infatti un tennis naturale, con profondità e varietà di colpi da far spavento. Apparentemente senza punti deboli, ha forse nell’assenza di un colpo preferito il suo vero neo. Ovvero, il punto debole è proprio questo tennis naturale e non costruito, da vecchio tennista-stilista (alla Federer per intenderci), in cui i tempi di preparazione del colpo sono forse un filo lunghi e dunque a risentirne più di tutti è la risposta. Compensa in ogni modo con una capacità disarmante di giocare tutti i fondamentali con estrema naturalezza e immediatezza, cosa che ne fa già oggi uno spettacolo per gli occhi. Qualcuno lo ha accostato al mio tennista preferito di tutti i tempi insieme a re Roger - John McEnroe - ma io ci andrei piano con certi paragoni.
Questa settimana parte Wimbledon. Nell’era Open (dal 1968) il miglior risultato degli italiani in gara sono due quarti di finale, ormai abbastanza datati. Dei tre moschettieri italiani, quello più in palla e maggiormente dotato per le caratteristiche della superficie è Berrettini. I top ten ci sono tutti, ad eccezione di Nadal, ma sperare in un buon torneo da parte dei nostri e magari nell’aggiornamento dei record tricolore nella perfida Albione non appare del tutto vano.
E allora: tutti per uno, uno per tutti!

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