Dalla rivoluzione al consolato e infine all'impero, passando per il direttorio: la fine dell'era politica a 5 stelle


Al di là delle convinzioni personali, è doveroso riconoscere che il Movimento 5 Stelle, oltre che un soggetto politico, è stato ed è tutt'ora una sintesi davvero mirabile dei tempi che viviamo, delle loro contraddizioni e delle aspirazioni delle persone che li vivono, anche attraverso le sue trasformazioni. 

La sua nascita è legata alla crisi di fiducia verso i partiti e la politica in generale, iniziata subito dopo la fine della Prima Repubblica. Che il sistema politico stesse implodendo era infatti chiaro a tutti già alla fine degli anni '90. Le élite perdevano progressivamente consenso in un sistema che distribuiva loro ingiusti privilegi mentre le classi medie che sino ad allora le avevano elette a loro riferimento scivolavano sempre più verso le paludi della precarietà (se non della povertà), con conseguente perdita di fiducia. 

Lo shock finanziario del 2008 e le sue conseguenze hanno fatto il resto, ma nella sostanza si trattava di un'accelerazione di fenomeni già ben delineati: deindustrializzazione e delocalizzazione, con conseguente riduzione delle occasioni lavorative per la manodopera despecializzata, riduzione dei tassi di interesse e privatizzazione del circuito finanziario, con il riflesso di un'immediata minore redditività dei risparmi, progressivo allentamento delle tutele legali del posto di lavoro e crescita delle forme precarie di impiego, con aumento generale dell'insicurezza percepita e reale. 

In un tale contesto, il permanere di auto blu, vitalizi, finanziamenti pubblici alla politica, sovvenzioni per gli organi di stampa di partito, bugdet sontuosi per gli staff, rimborsi forfettari per ogni voce di spesa connessa all'espletamento del mandato politico (e non solo), trattamenti pensionistici post-mandato a dir poco generosi, era chiaramente inaccettabile agli occhi di chi non riusciva ad arrivare al fatidico ventisette del mese o che vedeva i propri figli avviati ad una vita fatta di incertezze e precarietà. 

Da qui le battaglie simbolo dei 5S, che al grido semplice ma efficace di "onestà! onestà! onestà!" avevano come primo obiettivo quello di cancellare gli ormai ingiusti e ingiustificati privilegi della casta. Certo, ridurre il progetto M5S a ciò è ovviamente ingeneroso; non si può infatti sorvolare sulle intuizioni visionarie della democrazia digitale diretta, la decrescita felice, la politica come servizio di mera rappresentanza, l'utopistico ambientalismo "senza se e senza ma". Tuttavia, alzi la mano chi è in grado di dire che la lotta ai privilegi e alla casta non fossero i principali cavalli di battaglia dei grillini, che affondavano le loro radici in quel brodo di coltura favorevole. 

E infatti nel 2013, entrati in parlamento, nel bel mezzo di una crisi politico-istituzionale, la loro priorità assoluta fu quella di mettere in piedi le regole e i meccanismi di rendicontazione e restituzione delle indennità parlamentari, mentre in corso c'erano le consultazioni per la formazione di un governo oltre che i lavori per eleggere un nuovo capo dello Stato. 

Da lì in poi, la storia che conosciamo tutti. Da un lato alcune battaglie portate avanti con coerenza (taglio dei parlamentari, abolizione dei vitalizi, reddito di cittadinanza), dall'altro le prime e poi sempre più crescenti contraddizioni una volta assaggiato il sapore dei privilegi; un esempio su tutti, il meccanismo della restituzione che da subito funziona a singhiozzo per poi essere sostanzialmente abbandonato, sino ad arrivare al capolavoro semantico del "mandato zero", in aperto spregio ad uno dei capisaldi della filosofia politica del grillismo. In mezzo, sul piano politico, di tutto e di più: dal flirt imbarazzante con i gilet gialli francesi, alle scorrazzate in auto blu dei ministri grillini, dai cambi di casacca al fallimento della democrazia digitale certificato da consultazioni opache e senza garanzie, ce ne è per tutti i gusti e si starebbe ore e ore ad elencare. 

Oggi siamo arrivati al divorzio da Casaleggio, consumato guarda un po' - e non lo ammetterà mai nessuno - sostanzialmente per ragioni economiche (gli eletti non pagavano più per i servizi della società di consulenza) e alla nascita probabile di un nuovo Movimento, di rinnovata lotta si presume, da contrapporre ai "poltronari" rimasti con Conte.

Ora però fa tenerezza come tutti, i movimentisti duri e puri così come i realisti contiani, si rendano conto che la politica ha delle liturgie, delle regole e, soprattutto, dei costi. E allora Conte e il grosso del movimento residuo non riaprono il dibattito sul terzo mandato per non inimicarsi gli eletti, gli unici in grado di fornire un poco di finanza alle casse dissanguate dei 5S, e tenersi contemporaneamente buona gran parte della base, che invece non vede di buon occhio la possibilità di rinnovare il mandato a chi ne abbia già espletati due. Base che, soprattutto, non dà prova di voler finanziare le attività del movimento in assenza dei tanto esecrati rimborsi elettorali. 

Dall'altro canto, la contesa alle prossime elezioni sarà durissima, perché non solo ci si dovrà scannare con i propri ex-compagni di strada, ma lo si dovrà fare per un numero minore di poltrone disponibili - un tempo tanto disprezzate! - visto il recente ridimensionamento delle camere sostenuto sino allo sfinimento e a costo di una evidente sotto-rappresentazione della società che i grillini stessi pagheranno cara. E che dire del taglio alle sovvenzioni degli organi di stampa di partito? Non ci sono più nemmeno soldi per fare un po' di informazione orientata, guarda un po', mentre le donazioni e i finanziamenti in chiaro dei sostenitori latitano. 

Vero, ci sarebbe da parlare anche dei risultati delle esperienze di governo, perché in fondo qualcosa di buono i grillini lo hanno fatto (io personalmente salvo solo il reddito di cittadinanza, in verità più per alcuni suoi effetti collaterali che per la misura in sé), ma è anche vero che il metodo di selezione della loro classe dirigente e i connessi rituali che hanno portato alla ribalta "l'uomo comune", in spregio ai politici di professione e ai professoroni, non hanno migliorato la qualità della politica (anzi...) né il livello di onestà, a loro tanto cara, né nell'approccio alle cariche pubbliche, vissuto non con spirito di servizio e ma come opportunità personale. 

La verità è che le rivoluzioni riuscite di solito fagocitano i loro promotori, mentre quelle riuscite a metà danno una parvenza di cambiamento alle vecchie prime file ma mantengono inalterate strutture e liturgie del potere che volevano abbattere. Così oggi pare di rivivere il periodo del "direttorio" nella fase finale della rivoluzione francese; passato il terrore, decapitati re, nobili e infine pure i giacobini, si prepara la strada all'arrivo dell'uomo - o della donna? - della provvidenza (leggasi destra sovranista incombente). 

Di sicuro, però, la forza propulsiva del Movimento 5 Stelle è venuta meno e con essa la loro centralità nel panorama politico italiano. 

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