Equità, efficienza e il significato delle parole

Equità ed efficienza. 
Sono i due parametri utilizzati per valutare le misure di politica economica. In estrema sintesi, sono efficienti quelle che massimizzano la crescita del reddito, indipendentemente da chi ne gode, sono eque quelle che invece tendono a redistribuire la ricchezza.

Sono due variabili tendenzialmente in funzione inversa; vale a dire che ciò che fa crescere la ricchezza di norma non è equo nella sua allocazione e viceversa. 

Vero è che il paradigma liberista afferma che la crescita del reddito è comunque auspicabile perché alla fine qualcosa in più arriva a tutti, ma gli eventi degli ultimi trenta anni, caratterizzati dalla "dittatura del pensiero liberale", hanno dimostrato come questo non corrisponda esattamente alla realtà. D'altro canto, la metafora del secchio bucato di Okun, secondo la quale il prelievo fiscale dai ricchi verso i poveri disperde più di quello che riesce a portare dove ci sarebbe bisogno, evidenzia chiaramente quali siano i problemi connessi alla politiche redistributive.

Sembra un'insuperabile aporia, eppure tutti i policy makers debbono confrontarsi con essa, trovando il giusto equilibrio per raggiungere gli obiettivi fissati, spesso purtroppo non solo politici ma anche e soprattutto squisitamente elettorali.

La recente proposta di Letta di inasprire le imposte di successione per i patrimoni oltre il milione di euro e destinarne gli introiti a favore dei diciottenni è ovviamente una misura ispirata a canoni di equità. Ha anche il vantaggio di non deprimere troppo l'efficienza, visto che penalizza i passaggi di proprietà causa mortis e non la produzione e il consumo tout court. Insomma, roba "de sinistra" ma non troppo, che strizza l'occhio a certo elettorato, almeno nelle intenzioni, senza creare troppi sconvolgimenti altrove.

Tra l'altro è una misura che tende a ristabilire un minimo di giustizia sociale in termini generazionali prima che economici, che è a mio avviso il grande tema del prossimo futuro.

La spesa pubblica infatti oggi è appannaggio di tre voci principali: pensioni, sanità e scuola, con grande prevalenza, attuale e tendenziale, delle prime due, che tra l'altro sono per loro natura destinate alla fascia più matura della popolazione. Se si tiene conto dell'impatto della pandemia sulle prospettive di crescita di tali tipologie di spesa e la contemporanea depressione delle già scarse possibilità offerte alle nuove generazioni, si capisce chiaramente il valore della proposta del leader dem.

Eppure anche alle orecchie di un turboprogressista come me quella proposta è suonata stonata. Per i tempi, forse prematuri. Ma anche per una sorta di condizionamento inconsapevole, che agisce ormai in automatico, secondo il quale fare politica economica attraverso la leva fiscale in senso restrittivo suona male, antistorico. Anche quando l'analisi della proposta mostra chiaramente che essa guarda nella direzione giusta.

Il problema è che veniamo da trent'anni di ortodossia liberale e monetarista che hanno instaurato un'egemonia culturale tale per cui per l'uomo della strada ha senso ridurre le aliquote fiscali nominali (ma senza che si accorga del contemporaneo allargamento delle basi imponibili reali con aumento della pressione fiscale) ed è accettabile tagliare la spesa pubblica, magari tollerando fasce più o meno ampie di evasione fiscale avallata da periodici condoni, ma non inasprire settorialmente le imposte per riversarne il gettito per finanziare misure perequative. 

Questo perché dopo il ventennio berlusconiano siamo diventati tutti imprenditori e dunque sostenitori del laissez faire, anche se alla prima crisi del sistema invochiamo immediatamente il sostegno di uno stato che tuttavia abbiamo contribuito a depotenziare e che oggi fatica ad arrivare dove ci sarebbe bisogno di aiuto.

Credo che sia arrivato il momento di fare innanzitutto una grande operazione di chiarezza ed onestà intellettuale, ricominciando a chiamare le cose col loro nome. Destra e sinistra non sono categorie del novecento superate dalla storia, ma due modi diversi di vedere il mondo, la società, il progresso e il futuro. 

E questo bisogna affermarlo tanto più ora, mentre andiamo incontro verosimilmente ad un lungo periodo di egemonia elettorale della destra, favorita da questo mix di dominio culturale e di fenomeni di illusione finanziaria ben sintetizzati dal paradosso che circolava nei giorni scorsi sui social a commento delle reazioni alla proposta Letta: in Italia non vengono tassati i ricchi sennò se 'ncazzano i poveri. 

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