Dispositivi di protezione collettiva, questi sconosciuti
Gli italiani sono profondamente individualisti. Non c'è nulla di male, ci mancherebbe, è una caratteristica che ha risvolti positivi e negativi, ma che ci connota in maniera evidente. La sua proiezione sono la nostra creatività, le nostre innegabili eccellenze nei c.d. settori di alta gamma, la nostra eleganza, ma anche la capacità di tirarci fuori dai guai con ingegno e scaltrezza. Del resto si tratta di contesti dove il lavoro di squadra, la cooperazione, la fiducia reciproca e la solidarietà servono meno, mentre contano molto l'estro individuale, la visione del grande leader, il gusto dell'arbiter elegantiae, la capacità di leggere ed interpretare ad uso personale norme, situazioni e contesti. O far valere la giusta entratura o il "lei non sa chi sono io" in luogo del diritto, nel presupposto che "così fan tutti".
La pandemia pareva aver messo in discussione tutto questo. Sembrava che avessimo riscoperto il senso di comunità, la cura dei più deboli e l'aiuto verso chi si trova in difficoltà. Invero questi elementi non sono mai stati assenti, ma nella nostra cultura sono da sempre rimessi allo slancio individuale o alla carità cristiana e raramente a misure strutturali di sostegno generale, come invece pareva stesse accadendo.
Ci sono voluti i vaccini per farci tornare quelli che siamo sempre stati, nel bene e nel male. Si è partiti con la necessità di definire le priorità e sembrava chiaro che davanti a tutti dovessero esserci i più anziani, i più deboli perché afflitti da patologie serie e poi forze armate, di polizia e insegnanti. Facile no? Non proprio, se il primo giorno di vaccinazioni ecco De Luca che salta a piè pari ogni priorità "dando l'esempio". Nei primi tre mesi poi non si capiva bene chi fosse vaccinato. Conosco più d'uno che lo è stato nonostante non avesse alcun tipo di priorità sostanziale. Ad un certo punto ci siamo trovati con qualche milione di dosi inettate, ma con gli anziani che continuavano a morire come mosche e il contatore delle iniezioni che riportava percentuali elevate nella categoria "altri". E Scanzi a spiegarci che lui è un care-giver.
Poi il balletto Pzifer, Moderna, Astra Zeneca. Al di là degli evidenti errori di comunicazione (che siano d'esempio per la prossima volta) dopo una prima esperienza sul campo si è capito che al di là dei superfragili, il siero anglo-svedese fosse più sicuro e con un saldo benefico maggiore presso gli over 60. Da quel momento in poi è stato un penosissimo festival di esibizionismo di invalidità e malattie, presunte o gravi che fossero. E allora via con celiachie invalidanti o riniti mortali, unghie incarnite in cancrena e pressioni sistoliche fuori controllo. Io soffro di frequenti ed inspiegabili ulcere corneali e qualcuno mi ha suggerito di farmi mettere per iscritto questo tipo di sofferenza: in cambio avrei avuto di sicuro accesso al vaccino più figo che c'è.
Da qui in poi, nottate passate davanti ai pc alla ricerca del mitico slot-Pfizer, cancellazione di prenotazioni e riprenotazioni alle calende greche, certificazioni di ogni genere a sostegno di contrattazioni col medico di turno nell'hub per avere accesso al vaccino di moda. Tutto legittimo anche qua, ci mancherebbe, soprattutto se chi ti governa decide che i vaccini per gli over 60 sono quelli ma poi le piattaforme di prenotazione o un sistema che non vuole assumersi responsabilità davanti a certificazioni ridicole, ti danno la possibilità di scegliere cosa fare.
Ed eccoci arrivati all'ultimo paradosso: a forza di spingere su Pfizer, il vaccino blu è esaurito (mentre degli altri v'è sovrabbondanza). E lo hanno esaurito proprio quelli che non avrebbero dovuto fruirne. E che adesso innalzano urla belluine di sdegno per la posticipazione della seconda dose, necessaria a rendere accessibile in breve tempo Pfizer a chi invece avrebbe dovuto farlo. E via con hashtag indignati e shitstorm sui profili social degli enti locali. Sia chiaro, in parte se li meritano questi insulti, ma a me questo interessa poco.
Se non si è ancora capito, io ho meno di 50 anni e sono ancora in attesa di potermi vaccinare. Svolgo da sempre un'esistenza piuttosto appartata e anche il mio lavoro mi consente di non dovermi esporre a troppi rischi. Dunque sto qui e aspetto. Mi piacerebbe poter andare in vacanza immunizzato, ma vedremo se sarà possibile. In vacanza però ci voglio andare comunque, dunque eviterò prenotazioni che mi richiedano una seconda dose a ridosso delle mie agognate ferie. Per questo, nonostante le mie ulcere corneali che a quanto pare mi darebbero diritto a un vaccino figo se solo lo volessi, vorrei fare Johnson & Jonhson, ma chissà, magari neanche quello mi toccherà al momento della prenotazione.
Ma una cosa mi è chiara: i vaccini sono un dispositivo di protezione collettiva e l'obiettivo non è fare il proprio vaccino ma fare in modo che tutti si vaccinino il più velocemente possibile, inibendo così la circolazione del virus. Per farlo è necessario che i vaccini vadano velocemente dove devono andare, secondo le giuste priorità. Non è una questione individuale, in definitiva, ma di comunità. Anche internazionale. E ce ne renderemo conto molto presto, se non faremo qualcosa, appena Africa e Asia inizieranno a sputare fuori varianti a go-go.
Per dirla come piaceva un tempo, non ci si salva da soli perché non è vera salvezza. E in questo caso non si tratta di filosofia.

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