Robe lette: "Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale", diario di un viaggio nei paesi ex-sovietici dell'Asia Centrale

Devo ammetterlo: l'avevo preso perché era in offerta a 9 euro e 90 centesimi insieme ad un altro libro a scelta in una selezione (in verità ne ho presi quattro!). Alla Feltrinelli ci sanno fare con queste cose e anche se non si tratta di una novità (la prima edizione è del 2013, se non sbaglio) io mi lascio ingolosire facilmente. Acquistato la scorsa estate, ha atteso un po' prima di essere letto, a causa dell'ormai strutturale stock di robe da leggere che accumulo costantemente. Ma anche perché da quando è arrivata mia figlia (la scorsa estate, appunto) di tempo e tranquillità per leggere ce ne sono sempre meno. 

Devo anche dire che di fila non ne ha fatta poi tantissima. Anzi, in verità l'ha saltata alla grande, come un professore universitario di anatomia generale che non vede un paziente dal 1987 ha saltato quella per il vaccino. Il perché è da rinvenirsi nella mia storica curiosità per le culture centroasiatiche e in particolare per quella porzione di ex Unione Sovietica, che a sua volta è un'altra delle mie "fisse" più risalenti. 

Insomma, mi ci sono buttato a capofitto, ma non è che ce ne fosse davvero bisogno. Scritto in maniera semplice, scorre via che è una bellezza e nonostante le letture di piacere siano ormai relegate alle ore tardo serali e il sonno sia sempre dietro l'angolo, l'ho letto davvero in pochi giorni. 

Si tratta di una via di mezzo tra un saggio lungo e un diario di viaggio, scritto da una ricercatrice norvegese che per qualche mese, a più riprese, ha viaggiato in lungo e in largo nei cinque stati ex-sovietici centroasiatici, ricavandone un report variegato e mai banale di una zona del mondo su cui ancora oggi si sa davvero poco. 

Il più grande ed influente di questi stati, il Kazakistan, in occidente è infatti conosciuto soprattutto per il film "Borat", invero per nulla lusinghiero, da cui il protagonista proviene. Mentre degli altri si sa pochissimo, se si fa eccezione per l'evocativa Samarcanda, conosciuta dalle nostre parti più per la nota canzone che per il suo glorioso passato di città snodo sulla via della Seta.

Ma di sorprese, tradizioni, contraddizioni, curiosità, stranezze e assurdità quest'angolo di mondo, invero vasto, è pieno sino all'orlo. 

E allora, intervallati da ampi stralci di storia dei conflitti e dei popoli di questi paesi, divenuti tali solo con la partizione effettuata dai sovietici a fini meramente burocratici e tal quale sopravvissuta alla dissoluzione dell'U.R.S.S., scorrono davanti agli occhi del lettore le capitali moderne e scintillanti, ammantate di marmi dal bianco abbacinante o dei pennoni più alti del mondo; ma sono vuote e fragilissime quinte della teatrale rappresentazione di pacchiana opulenza tipica dei regimi autoritari, dietro alle quali filtra in controluce l'evidente miseria della maggioranza della popolazione. 

E così dopo i racconti di vastità desertiche e di isolamenti montani, dove comunità sparute portano avanti esistenze di mera sussistenza, sorprende sino ad un certo punto che la brutale tradizione del ratto della sposa, pratica di cui il film sopra citato raccontava in forma scherzosa con la partecipazione più o meno consapevole dell'allora notevole Pam Anderson, è ancora ampiamente in voga facendo sì che circa un terzo dei matrimoni celebrati da quelle parti non preveda affatto il consenso (se non estorto) della donna. 

C'è però anche tanta umanità e tanta voglia di riscatto che scorre sotto la pelle di queste genti, fiere ed antichissime, mescolate in un crogiuolo di etnie, tradizioni e miti, in buona parte spezzati nella loro continuità dall'esperienza cruda e tragica della collettivizzazione e delle deportazioni sovietiche, che se hanno avuto il peraltro discutibile merito di portare quel poco di infrastrutture e modernità in queste lande isolate, hanno d'altro canto causato sconvolgimenti irreversibili all'ambiente, all'agricoltura, all'economia e alla cultura del posto, come ad esempio per la caccia con l'aquila, un tempo ampiamente praticata ed oggi divenuta farsesca recita ad uso turistico. 

Ma la strada è comunque piena di sorprese: tra una bevuta di latte di cammello rancido e una visita al museo di Nukus - nel bel mezzo del nulla del deserto dell'Uzbekistan - che custodisce la più grande collezione di avanguardie russe degli anni '20 e '30, miracolosamente scampate alla censura sovietica grazie all'opera instancabile del suo fondatore (la cui vita da sola meriterebbe un romanzo), il volo sembra pindarico, ma non lo è. 

Tutto ha un non-senso in questo mondo pazzesco: dall'ex poligono nucleare, teatro degli scellerati esperimenti degli anni della Guerra Fredda, sino al noceto selvatico più esteso del mondo, sull'origine del quale vi sono più leggende del numero di stelle che il cielo notturno delle montagne kirghise può regalare, e che assicura alle famiglie che ne hanno in concessione una porzioncina una consistente integrazione al magro reddito pro capitale annuale.

Ma ciò che con più frequenza Erika Fatland raccoglie tra le persone che incontra è la curiosità e lo sconcerto per i racconti di ciò che accade nella nostra parte di mondo e il quasi unanime desiderio di andare via da lì per raggiungerci e godere di un benessere e una libertà a loro tutt'oggi ancora completamente negati, a causa del perdurare di regimi anti-democratici che altro non sono se non propaggini senza soluzione di continuità di quello da cui provengono.

Alla fine la sensazione è quella che provoca la vista di un mondo in decadenza; schiacciata dalla modernità e dalla crisi dei modelli di sviluppo sovietici, che hanno lasciato nella società, nell'ambiente, nelle tradizioni e nei popoli ferite profonde come i solchi delle immense piantagioni di cotone che hanno preso il posto delle colture tradizionali e aride come ciò che resta del lago d'Aral prosciugato al fine di irrigarle, l'Asia centrale è abbandonata alle intemperie del progresso e della natura. E con essa lo sono i suoi popoli e i suoi territori, travolti prima da burocrati ubriachi di ideologia, ideatori di tanto sfacelo, poi dalla storia successiva delle dittature naif e inadeguate che li guidano incontro alle sfide del presente.

Che dire? Non siamo di fronte a un nuovo Chatwin e nemmeno a un potenziale Kapuscinski, ma forse è un bene. Fatland non gioca a mistificare, ma riporta con onestà quello che vede, fornendo un'implicita piattaforma al lettore per trarre le proprie conclusioni, nonostante le sue siano proprio lì, sotto alla coltre di polvere e sabbia delle strade che ha battuto, senza sbatterle in faccia a chi legge. 

Votazione personale sintetica: 3,7/5

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