L'inizio della fine
Tra le mie passioni il calcio è
quella più irrazionale e di cui oggi forse mi vergogno pure un po'. La
considero infatti una zona franca della mia esistenza in cui poter dare sfogo
alle nevrosi più infantili, consapevole di alimentare in questo modo un sistema
che dà da mangiare, e pure molto bene, nella quasi totalità dei casi a dei
perfetti cretini.
Sono pure, tra i tifosi, quello
che più facilmente trova in pari misura sodali e nemici (perdonatemi la
terminologia, ma da buon italiano vado ad una partita di calcio come a una
guerra, parafrasando Churchill), tifando per la squadra che in Italia può
vantare più scudetti, supporter e denigratori di ogni altra, nonostante io
rifugga di norma in egual modo conflitti e salamelecchi.
E però si sa, il calcio è anche
business, sebbene del tutto peculiare. Sono poche, se non pochissime, infatti,
le società che conseguono utili veri e molto raramente queste sono tra quelle
che vincono dei trofei. Il più delle volte la proprietà del club è un mezzo per
raggiungere altro: prestigio, entrature, visibilità o altri affari più
redditizi per i quali la presidenza di una squadra è l'anticamera. Sono ormai
pochi i presidenti tifosi, con una tradizione alle spalle e con un senso di
appartenenza al club. Ma tutti devono inevitabilmente fare i conti con i numeri
di un giochino divenuto molto costoso.
Dunque, risultati sportivi e
utili, che non sempre vanno a braccetto, si è detto. Su questo fronte credo sia
esemplare la vicenda della mia squadra del cuore che dopo anni di
amministrazione oculata e vittorie in sequenza, si trova a vivere una stagione
fallimentare sul piano sportivo in un quadro economico e finanziario tutt'altro
che positivo.
E allora, da innamorato che si
sente tradito mi chiedo: quando ha avuto inizio tutto ciò? Qual è stato il
motivo scatenante di questa crisi?
Ricordo che la scorsa estate,
all'annuncio di Pirlo allenatore della prima squadra, rivolgendomi a mia
moglie, che funge da interlocutore formale dei miei soliloqui calcistici
nonostante si interessi al calcio poco più che alle previsioni del tempo nel
Queensland, le dissi con tono grave: "è l'inizio della fine".
In verità col trascorrere del
tempo, pensandoci bene, rinunciando alla gloria degli esiti di una facile
previsione, mi sono detto che probabilmente l'inizio della fine era da
ricercarsi ben prima della nomina del presunto Maestro e, consapevole di ciò,
mi sono messo a sfogliare gli eventi a ritroso, per capire quando abbia avuto
inizio l'ultimo giro e soprattutto perché. E quello che ho scoperto mi ha
sorpreso molto.
La stagione precedente non era
stata esaltante, ma almeno il nono campionato di fila Sarri lo aveva vinto,
nonostante il Covid e un ambiente molto scettico nei confronti dell'allenatore
con la tuta e le dita nel naso. Forse proprio per questo era però necessario
cambiare guida tecnica. Un ambiente che rema contro può essere più forte di
qualsiasi cosa. Anche di un indice che esplora una narice. Dunque, scelta
dovuta, nonché opportuna.
Tornando indietro di un'altra
stagione allora, ecco il siluramento di Allegri, reo di far giocare male le sue
squadre e di aver giocato e perso due finali di Champions, come da tradizione,
peraltro. Io al mitico acciughina voglio un
bene immenso, ma a dire il vero un pochino mi ero stufato anch'io di vedere
Mandzukic a fare legna sulla sinistra e Matuidi sbagliare stop che neanche a
scuola calcio vedevo certe robe. Decisione presa quindi a furor di popolo, che
invocava brioche stufo del pane di veccia allegriano.
Qualcheduno più raffinato ha
provato allora a vedere nella cacciata di Marotta, parsimonioso ragioniere del
varesotto che era riuscito nell'impresa di portare il bilancio in attivo e allo
stesso tempo due volte in finale di Champions una squadra che inanellava
settimi posti in campionato, l'inizio della discesa agli inferi. Ma il buon
amministratore si era già accordato con la concorrenza, a quanto pare, e aveva
più volte reclamato autonomia rispetto al presidente -padrone, non ultimo
nell'occasione dell'ingaggio di Ronaldo, a suo dire operazione spericolata sul
piano finanziario e discutibile su quello sportivo. L'allontanamento passò
dunque quasi sotto silenzio, visto l'arrivo di Varenne nelle reali stalle e avanti
con Paratici e Nedved alla guida sportiva del club.
Ma allora, cosa è che ha causato
il deteriorarsi del capitale, sportivo e finanziario, di una squadra che fino a
poco tempo fa vinceva campionati con distacchi abissali anche quando partiva
con l'handicap (ricordate la stagione 2015/2016?)?
Io una risposta ce l'ho e spiega
tutto con una precisione quantomeno sospetta e risponde al nome e al cognome di
Cristiano Ronaldo.
Ora, sulla grandezza del
giocatore c'è poco da discutere. E se si fosse trattato di uno sport
individuale non staremmo nemmeno qui a parlarne. Ma a calcio si gioca in undici
e Ronaldo, immenso solista, è uno che gioca sostanzialmente per sé e in maniera
più o meno esplicita vuole che la squadra giochi per lui. Diversamente se ne va
col pallone sotto braccio e non si gioca più.
Nella Juve di
Allegri, inscalfibile come una falange romana, Ronaldo significava necessità di
raddoppiato presidio sulla sinistra, con il cascame di dover tagliare un
giocatore dai piedi buoni rispetto ai già pochi tollerati dai paradigmi tattici
del tecnico viareggino, che per sovrappiù schierava Dybala a centrocampo, per
dirne una forte. E certo che il bel gioco rimaneva una chimera.
In quella di Sarri, che aspirava
alla manovra fitta e alle sovrapposizioni, la non disponibilità del nostro a
giocare da centravanti puro e a condividere con altri il possesso della palla
dalla trequarti avversaria in su, comportava compromessi esiziali per la
fluidità dei temi tattici dell'uomo in tuta. A tacere della totale
indisponibilità a un minimo di collaborazione in fase di non possesso palla e
alla pretesa di calciare tutte le punizioni, con percentuali e modalità di
esecuzione "livello oratorio".
Ma il colpo ferale Ronaldo lo ha
dato non solo ai temi tattici, che in Italia contano comunque molto più che
altrove, ma soprattutto ai conti, pesando a bilancio circa 100 milioni l'anno,
tra stipendio e ammortamento del cartellino. Da qui la necessità di fare
plusvalenze con giocatori giovani (Kean, Cancelo) o forti (i due di prima, oltre
a Pjanic) e rimpiazzarli con altri quanto meno discutibili (mi taccio per non
piangere, li conoscete meglio di me).
Tutto questo, occorre ricordarlo, senza
aver aggiunto granché al rendimento in Champions, dove più vai avanti e più
prendi soldi, ragione principale del suo ingaggio, avendo collezionato due
uscite agli ottavi e una ai quarti, peraltro da squadre mediocri o poco
più.
Ecco, l'inizio della fine non è
stato Pirlo, che probabilmente redigerà il bilancio finale di liquidazione
sportiva della Juventus di questi dieci gloriosi anni, ma Ronaldo, che invece
di far fare il salto di qualità ha contribuito a far precipitare gli eventi
verso la fine del ciclo, dando la stura agli episodi, sportivi, finanziari e a
cascata nuovamente sportivi, che hanno portato fianco a perdere in casa col
Benevento.
Insomma, prendersela con Pirlo è
un po' come quando avete smesso di curarvi di quello che piaceva fare o non
fare alla vostra ragazza incolpando chi ve l'ha portata via qualche tempo dopo invece
che voi stessi.
A questo punto, credo proprio che smetterò di parlare di calcio con mia moglie.

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