La lezione dei vaccini

Forse è inutile ripetersi, ma questo è stato davvero un anno epocale. Di quelli che, appunto, segnano le epoche, da "prima" a "dopo". Abbiamo infatti imparato a lavorare da casa. A fare le videochiamate. A fare il pane e la pizza, salvo intasare le file del Mc Drive appena hanno riaperto i ristoranti. 

Anche le filiere produttive globali si sono riorganizzate secondo nuovi modelli e soprattutto nuove priorità. Al criterio del minimo costo si è sostituito quello del controllo della produzione per quei beni divenuti strategici. Fino a un anno fa i produttori di mascherine, ad esempio, erano quasi tutti localizzati nei paesi emergenti. Oggi questi dispositivi vengono prodotti sotto casa nostra. I vaccini, la ricerca, ma soprattutto la capacità produttiva ad essi connesse, soggiacevano a logiche insediative tutte dettate da esigenze di massimizzazione della specializzazione produttiva. Dal prossimo anno dovremmo essere in grado di produrre anche i vaccini nel nostro cortile di casa, a prescindere dal fatto che vi sia un fornitore estero più conveniente, ma al momento, purtroppo, non è così.

L'Europa si è infatti scoperta di nuovo fragile. Stabilimenti che producevano mascherine ne erano rimasti forse un paio in Romania, mentre la produzione di massa dei vaccini si credeva potesse essere coperta dalla ricerca domestica dei "campioni francesi" lasciando la fase realizzativa nelle mani delle catene globali del valore. 

E così, ingessato da procedure elefantiache, il Vecchio Continente ha sì assicurato a tutti i soci del club l'accesso ai vaccini a condizioni probabilmente migliori di quelle che avrebbero ottenuto singolarmente, ma si è mosso in ritardo. Ma soprattutto non ha compreso che sarebbe stato fondamentale puntare sull'indipendenza produttiva, piuttosto che sul massimo ribasso del prezzo di fornitura. 

Il perché è semplice: quando un bene è ambito perché essenziale, ma al contempo è scarso, chi lo produce tende a rifornire in primis chi paga meglio, oppure chi detiene il potere di disporre delle sue produzioni. 

In Europa si è puntato dapprima sui francesi, che però hanno toppato completamente il timing (vedi Sanofi). E poi sugli anglo-svedesi, ma solo perché il loro siero "tradizionale" dava maggiori rassicurazioni anche e soprattutto in termini di costo. 

I fatti però ci dicono che l'approccio europeo è stato quantomeno ingenuo. Gli americani si sono fatti i loro vaccini e se li stanno iniettando in autonomia, puntando soprattutto sulla produzione domestica. Hanno già detto che dei nostri potranno farne a meno. Gli inglesi hanno chiuso per primi i contratti, finanziando Astra Zeneca, messo a produzione i propri stabilimenti, serrato le frontiere e pagato profumatamente le forniture estere. Israele, con grande pragmatismo, ha pagato ancora più lautamente e non ha avuto paura a sporcarsi le mani con i vaccini provenienti da oriente. 

E noi? Noi abbiamo pagato le forniture meno di tutti. Peccato che chi vende ci abbia messo in fondo alla fila. Chissà perché? 

E allora cosa è cambiato davvero rispetto a un anno fa? Poco e niente, in verità. Gli USA continuano a dare le carte, gli inglesi hanno capitalizzato alla prima occasione utile i vantaggi della Brexit, la Cina ha un vaccino portentoso chiamato dittatura, mentre l'Europa sta lì in mezzo a domandarsi se forse, di quel migliaio scarso di miliardi messi sul next generation found, non sarebbe stato più saggio destinarne qualcuno in più all'acquisto dei sieri, per assicurarsi la priorità del primo giro di forniture, che segnerà inevitabilmente la corsa alla definizione dei leader e dei follower del nuovo assetto mondiale post-Covid. 

Il problema a Bruxelles è sempre lo stesso: superare la visione burocratica che vede come priorità la salvaguardia della struttura (chi potrà accusarmi di aver sperperato denaro pubblico?) per abbracciarne una pienamente politica, dove le scelte, anche dolorose, segnano il confine tra una pallida amministrazione dell'ordinario e il governo della complessità che i tempi moderni impongono. 


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