Il dovere di dimostrarvi che avete sbagliato
La Francia, come è noto, è stata la patria dei terroristi rossi braccati dalla giustizia italiana, soprattutto a partire dagli anni '80. Ciò fu possibile grazie ad una prassi nella concessione del diritto di asilo e ad una giurisprudenza sul diniego delle richieste di estradizione, ispirate dalla proposizione dell'allora presidente francese Mitterand, secondo la quale era doveroso fornire riparo a chi avesse commesso reati politici, di qualunque "colore" fosse la loro militanza, soprattutto se il paese che li ricercava non avesse brillato in termini di garanzie giuridiche per i processati. Alcuni sottolineano che Mitterand avesse aggiunto "ma che non si sia macchiato di delitti di sangue", anche se nei fatti tale appendice venne espunta.
Per anni, tuttavia, l'esistenza della colonia italiana a Parigi ha fatto comodo, checché se ne dica, o è divenuto un tema marginale a causa dell'incalzare di altre emergenze.
Mitterand "formalizza" infatti la sua dottrina - già operativa nei fatti da alcuni anni - nel 1985, quando a palazzo Chigi siede Bettino Craxi, l'unico politico italiano di rilievo che nel periodo buio del terrorismo avesse provato a forzare il "fronte della fermezza" e che in quel momento aveva tutto l'interesse a non sollecitare le estradizioni: ricompattare DC e PCI su un tema ormai divenuto secondario - il terrorismo rosso in quegli anni è ormai sostanzialmente sconfitto - non era sicuramente tra le sue priorità.
Finiti il Pentapartito, la Prima Repubblica e gli equilibri che avevano marginalizzato la discussione sulle primule rosse, ecco che l'Italia si trova nel bel mezzo della guerra dichiarata da Cosa Nostra dopo il Maxi-Processo. Subito dopo viene travolta da Tangentopoli e Mani Pulite. Infine la controversa "rivoluzione" berlusconiana.
Sono ancora dunque troppi, negli anni '90, i temi che distraggono l'opinione pubblica e le forze politiche dal contenzioso aperto con la Francia, anche se risalgono a questo periodo l'arresto di Adriano Sofri e la fine della latitanza di Toni Negri che riaccendono per un momento i riflettori sulla vicenda. Dopodiché il silenzio. Almeno sino al 2002, anno a partire dal quale la giurisprudenza francese inizia a disconoscere la "dottrina" con l'arresto e l'estradizione di Paolo Persichetti prima e la revoca dell'asilo a Cesare Battisti poi, che verrà consegnato all'Italia solo nel 2019 dopo una lunga e rocambolesca fuga in Sudamerica.
Oggi, finalmente, l'arresto da parte delle autorità francesi di nove ex-terroristi. Al di là delle questioni contingenti, che hanno a che fare con i buoni rapporti personali tra le attuali massime cariche dei due stati nonché con le dinamiche geopolitiche europee e mediterranee che spingono Italia e Francia a ritrovare con urgenza territori politici, economici e militari di intesa, mi iscrivo tra quelli che vedono questo passaggio come un buon fatto, ma da gestire con ponderazione.
Da italiano, nonché da modesto operatore del diritto, tra l'altro in un ambito molto specialistico anche se non avulso da riflessi penali, sono convinto che la risposta dello stato italiano al terrorismo sia stata "giusta" non solo sul piano politico (vale a dire: opportuna), ma anche su quello giuridico (vale a dire: equa), già durante quegli anni nefasti e proprio in considerazione della loro tragicità. Ma soprattutto sono convinto del fatto che attualmente nessuno possa darci lezioni di democrazia, in Europa e nel mondo, essendo forniti di una legislazione penale tra le più eque e garantiste che ci siano.
E' vero però che tale primato va difeso. Perché nessuna supremazia dura in eterno, né si alimenta da sé. La normativa formale può essere infatti la più democratica e garantista immaginabile, ma essa vive di ciò che ne fanno i suoi cittadini e soprattutto le loro istituzioni.
A tal proposito l'esibizione del "trofeo" Battisti al momento del suo arrivo in Italia da parte dei ministri dell'interno e della giustizia - becera rappresentazione di quello che le istituzioni non dovrebbero mai essere piegate a fare - non mi sembrò già allora, e oggi lo è ancor meno, segno distintivo di civiltà e progresso di cui fregiarci davanti al mondo nel momento in cui mettevamo finalmente le mani su un criminale che per troppo tempo si era sottratto alla nostra giustizia.
Ecco, il punto sta proprio qui: cosa faremo di quei condannati quando, si spera presto, ci verranno consegnati? Saremo all'altezza dell'arduo compito di separare il piano storico, da quello politico e soprattutto da quello giudiziario relativo alle singole vicende personali? Saremo capaci di trattarli come la nostra legge prevede? Saremo in grado di non trasformare i vecchi carnefici in nuove vittime?
Saremo in grado, infine ma soprattutto, di guardare negli occhi i nostri supponenti cugini francesi e poter dir loro senza esitazione: avete sbagliato?


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