Erdogan: dittatore del Mediterraneo?

Ha fatto discutere nei giorni scorsi l'affermazione del nostro Presidente del Consiglio, ad alcuni apparsa un po' avventata, che ha definito il Presidente della Turchia "un dittatore". Le interpretazioni che si sono susseguite sono state le più disparate: "si è fatto scappare una cosa che pensano tutti ma che era meglio tacere", "ha fatto bene", "dittatore non è la definizione più corretta" e così via.

Sono tra quelli che considerano Mario Draghi una delle personalità di maggiore spicco che l'Italia abbia prodotto negli ultimi, invero un poco desolanti, trent'anni. E sono dunque convinto che dietro a quell'uscita, proferita con una naturalezza quasi colloquiale ci sia molto di più di quanto appare. La classica punta dell'iceberg, che nasconde la volontà dell'Italia di riappropriarsi di un ruolo adeguato nello scenario del Mediterraneo, teatro di uno scontro ormai evidente tra due potenze che aspirano ad un ruolo da protagonista nell'area.  

La Russia e la Turchia di oggi, infatti, sono idealmente le eredi degli imperi, rispettivamente russo e ottomano, dissolti formalmente nel corso - quello russo - e alla fine - quello ottomano - del primo conflitto mondiale. Ma a distanza di più di cento anni sono di nuovo lì a perseguire obiettivi "imperiali", guidate da logiche muscolari basate quasi esclusivamente sull'esplicitazione dei rapporti di forza.

Dunque confronto basato su variabili sostanzialmente militari; senza dimenticare però il peso di quelle geopolitiche in senso lato: il controllo degli approvvigionamenti di materie prime, la gestione dei flussi migratori, il commercio e gli appalti internazionali, ovviamente l'intelligence, fino all'attualissima questione vaccini. Obiettivo comune ad entrambe le potenze è quello di controllare, direttamente o indirettamente, l'area mediterranea, favoriti anche dal sostanziale disimpegno americano degli ultimi anni e dalla storica assenza di una politica estera europea strutturata. 

La Russia, infatti, aspira dai tempi degli zar a uno sbocco sul mar Mediterraneo, aspirazione che ha oggi motivazioni soprattutto di egemonia politico-militare, prima che economica. Il colpo di mano in Crimea, la pressione costante sull'Ucraina, la guerra in Ossezia del sud e le costanti fibrillazioni georgiane, sono segnali chiari in questa direzione.

La Turchia, dopo decenni di apparente tranquillità, durante i quali ha concentrato le proprie forze soprattutto nel contenimento delle spinte autonomistiche curde e nel confronto locale con la Grecia, con la salita al potere di Erdogan e con il progressivo scivolamento verso un regime autoritario, ha spostato lo sguardo un po' più in là, cercando di sfruttare al meglio alcune sue caratteristiche peculiari (posizionamento geografico ed esuberanza militare, soprattutto). 

Inevitabile arrivare ai ferri corti, dunque: ad oggi i fronti dove la guerra tra i due contendenti, condotta normalmente per vie "carsiche", è combattuta apertamente anche sul piano militare sono sostanzialmente due: la Siria e la Libia. Ed è al contesto libico, ovviamente, che vanno riferite le parole forti di Draghi. 

In Libia Erdogan ha infatti un credito importante da riscuotere: la difesa di Tripoli dall'assalto delle truppe di Haftar e dei mercenari russi. Dietro ad Haftar, è noto, c'è la Russia, ma non solo: Egitto apertamente, e soprattutto la Francia che la Libia ce l'ha nel mirino ormai da dieci anni. Erdogan, grazie al peso modesto dell'opinione pubblica turca e ad un esercito che è tra i primi del mondo, ha potuto rispondere all'appello dell'allora capo libico Al Serraj che chiedeva a tutti, Europa e Italia in testa, truppe e non diplomatici per fermare l'avanzata dell'uomo forte della Cirenaica. 

Missione compiuta, ma ora in Libia si gioca una partita delicatissima che deciderà i futuri equilibri nell'area. La Libia è infatti fonte potenziale di importantissimi contratti per la ricostruzione delle infrastrutture di un paese che, nonostante sia tecnicamente fallito ormai da dieci anni, ha consistenti garanzie da fornire. La Libia sono i giacimenti petroliferi e di gas, l'industria di raffinazione e i gasdotti. La Libia è anche e soprattutto il controllo dei flussi migratori. La Libia è ancora, nelle aspirazioni italiane di egemonia regionale la fatidica "Quarta Sponda". 

A cosa sono servite dunque le parole di Draghi? Molto semplicemente a nascondere l'evidente debolezza italiana sul fronte libico (basta confrontare il tono degli incontri tenutisi negli ultimi giorni tra i vertici libici e quelli italiani prima e quelli turchi poi) a cercare di recuperare un po' di terreno sull'unico campo ove possiamo competere - quello diplomatico - nel tentativo di consolidare una sponda europea, ma non solo, per ricompattare il fronte delle democrazie ai confini del continente, dove si giocheranno partite fondamentali per l'Italia e per l'Europa intera nei prossimi anni.

La sensazione, personalissima, è che se gli USA non cambieranno presto la loro politica estera nei confronti dell'area mediterranea, sostanzialmente ispirata al disimpegno dopo gli esiti tragici delle primavere arabe di dieci anni fa, difficilmente riusciremo a gestire questa delicatissima fase di transizione. E il rischio, concreto, è che la Turchia, che già tiene in pugno l'Europa gestendo i flussi migratori da est, divenga l'arbitro anche di quelli da sud. 

E questo, sia l'Italia che l'Europa non possono proprio permetterselo.

 

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