Chiamatemi Ismaele
"Chiamatemi Ismaele."
L'incipit è tra i più noti della letteratura mondiale, probabilmente secondo solo al "mezzo del cammin di nostra vita", e sicuramente non in tutto il mondo.
Chi non ha letto Moby Dick? In verità, credo siano davvero pochi quelli che sono arrivati in fondo. E' un libro ostico, scritto in una lingua difficile, ottocentesca. E' facile perdersi dentro questo ventre di vacca, che alterna fasi liriche a capitoli didascalici, quasi scolastici, per poi precipitare il lettore in un'azione vorticosa e mozzafiato. Per divenire all'improvviso immobile, per lunghi tratti, come un mare senza vento.
In ogni caso, per chi non lo sapesse, Ismaele è l'unico sopravvissuto. E racconta la storia del Pequod, del suo equipaggio e le vicende della caccia alla balena bianca.
Più che la prospettiva del "sopravvissuto", comunque pregna di significato, quello che mi affascina da sempre di Ismaele è la posizione privilegiata di unico testimone oculare dei fatti. La sua versione è l'unica a disposizione, preziosa e non confutabile. L'unica verità possibile.
In questo blog non parlerò di letteratura. O meglio, racconterò anche dei libri che ho letto, ma non solo. E' la prospettiva da cui lo racconterò che mi interessa. Perché è la mia, l'unica a disposizione, l'unica verità della mia esperienza.

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