Giorgia Meloni, il principio di non contraddizione e il gatto di Schrödinger



Un’Europa inarrestabile nella sua capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune, ma esitante, improvvisamente, quando si tratta di far sentire la propria voce nelle dinamiche globali.

E le crisi ci hanno mostrato anche quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo a quello di piattaforma commerciale, in una posizione quasi passiva tra l’America e i grandi attori asiatici, lasciando ad altri il controllo sugli snodi fondamentali delle catene del valore. Quando gli shock sono arrivati, e quelle catene del valore, troppo lunghe e troppo fragili, si sono spezzate, noi abbiamo scoperto quanto fosse pericolosa l’esposizione verso dinamiche che non potevamo controllare. E abbiamo capito quanto fosse suicida accettare che su materie prime critiche, energia e settori strategici, il nostro destino dipendesse da scelte altrui.

(Fonte: intervento di Giorgia Meloni all’assemblea di Confindustria 2026).

Stamattina, andando al lavoro, ascoltavo alla radio questo passaggio. Ora, la fonte svela immediatamente il gioco, ma provate per un momento a dimenticare chi lo abbia pronunciato e a immaginare la collocazione politica dell’oratore.

Perché il punto centrale del ragionamento è corretto: l’Unione Europea viene criticata — non senza ragioni — per la sua straordinaria capacità regolatoria e, allo stesso tempo, per la sua cronica irrilevanza politica sul piano internazionale. Un gigante normativo ed economico che, però, fatica ancora a comportarsi da soggetto politico compiuto.

Il problema è che questa diagnosi conduce inevitabilmente a una conclusione che il sovranismo europeo ha sempre rifiutato di accettare: se si vuole un’Europa capace di incidere davvero negli equilibri globali, allora occorre trasferire quote significative di sovranità dagli Stati nazionali alle istituzioni comunitarie.

Difesa, politica estera, politica industriale, energia, debito comune, coordinamento fiscale: senza una cessione reale di poteri, l’Europa resterà inevitabilmente ciò che è oggi, cioè una grande area economica incapace di esprimere una linea strategica autonoma.

In realtà, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, qualcuno tentò davvero di spingere l’integrazione in quella direzione, sospinto anche dall’entusiasmo per l’introduzione dell’euro. Ma il progetto si arenò rapidamente contro le resistenze nazionali, i veti reciproci e le diffidenze storiche mai del tutto superate: “non pagherò mai un esercito comandato dai francesi”, “non garantirò mai il debito pubblico italiano” e così via.

Da quel momento, l’Europa ha scelto il compromesso minimale che conosciamo oggi: integrazione economica, moneta comune, grande mercato unico, ma assenza di una vera sovranità politica condivisa.

Per anni, del resto, questo assetto è sembrato conveniente a quasi tutti — Germania in testa. Gli Stati Uniti garantivano sicurezza militare e protezione geopolitica, mentre l’Europa poteva concentrarsi sugli affari, sull’export e sulla stabilità commerciale. Almeno fino a quando la storia non ha ricominciato a bussare con forza alle porte del continente.

Ed è qui che emerge la contraddizione più evidente. Perché chi ha costruito buona parte della propria identità politica sul concetto di “sovranità nazionale” finisce oggi per lamentarsi proprio delle conseguenze inevitabili di quel modello: un’Europa debole politicamente, frammentata e incapace di agire come una potenza.

Ricordo ancora molto bene le campagne anti-euro di Lega e Fratelli d’Italia, salvo poi scoprire, una volta arrivati al governo, che “staccare la spina” da Bruxelles avrebbe avuto costi enormemente superiori ai presunti vantaggi di una deregulation nazionale. Per una dimostrazione pratica, basta guardare al Regno Unito post-Brexit.

E allora non sorprende più di tanto che Giorgia Meloni — sovranista della prima ora — oggi denunci la marginalità politica dell’Europa e il suo ridursi a semplice piattaforma economica. Perché il punto è che costruire un’Europa realmente politica comporterebbe esattamente ciò che il sovranismo ha sempre rifiutato: accettare leadership condivise, rinunciare a quote di autonomia nazionale e riconoscere che, in un mondo dominato da giganti geopolitici, nessun Paese europeo può pensare di contare davvero da solo.

Vorrebbe dire convivere con il peso militare francese, con la centralità economica tedesca, con la necessità di accordi strutturali con il Regno Unito e con il crescente protagonismo dei Paesi dell’Est, Polonia in testa. Vorrebbe dire, soprattutto, smettere di raccontare che la sovranità nazionale, da sola, basti ancora a governare processi economici e strategici ormai globali.

Ed è proprio qui che il discorso diventa politicamente interessante: perché le parole di Meloni descrivono con lucidità il problema dell’Europa contemporanea, ma implicano soluzioni che il suo stesso impianto ideologico ha sempre osteggiato.

Nei fatti, quelle parole, dense di ipocrisia e di contraddizioni in parte inspiegabili, si comprendono con una sola, chiara e luminosa parola: propaganda a favor di babbei, quali siamo e continueremo ad essere sino a quando saremo disposti a credere alle favole o al più altisonante paradosso del gatto di Schrödinger, utile a spiegare perché il sovranismo - o l'Europa politica - è o vivo o morto, ma non entrambe le cose.

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