Referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, considerazioni a semifreddo


Per chi avesse voglia, condivido qualche riflessione sull’esito del referendum sulla riforma costituzionale della giustizia:

1) Concordo con Giorgia Meloni: è stata un’occasione sprecata. Credo – e spero, nell’interesse del Paese – che sia anche abbastanza lucida da riconoscere che l’occasione non l’abbiamo sprecata “noi”, ma in larga parte lei ed il suo governo. Gli effetti della mancata riforma li pagheremo tutti, ma le responsabilità non sono equamente distribuite, tutt’altro.

2) Da riformista (non solo a parole), continuo a ritenere che la giustizia italiana abbia un bisogno urgente di interventi strutturali. È lenta e costosa e rappresenta un freno per il sistema-Paese. Non è un problema astratto: si traduce in meno opportunità e maggiori costi per cittadini e imprese. Ma non è sicuramente autoreferenziale e composta di soggetti irresponsabili, come ci hanno artatamente provato a far credere.

3) C’è poi il tema del metodo. Riforme di questa portata o si costruiscono coinvolgendo almeno una parte dell’opposizione, oppure diventano inevitabilmente divisive. E quando una riforma nasce divisiva, finisce per essere percepita come “di parte”, subendo tutte le conseguenze del conflitto politico. Tertium non datur.

4) Per questa ragione il voto dei giorni scorsi è stato profondamente politico, checché ne dicano Meloni e la sua maggioranza. In tema di riforme, è infatti legittimo che il governo dia l’impostazione iniziale, ma se non apre a modifiche capaci di aggregare consenso commette un errore. Non sempre fatale, ma spesso decisivo. E questo sembra uno di quei casi.

5) A mia memoria – ma posso sbagliarmi – l’iter parlamentare è stato sostanzialmente blindato, senza reali margini di confronto. Accogliere anche solo alcuni contributi esterni avrebbe probabilmente ridotto la percezione di una riforma “punitiva”, rendendola più accettabile e, forse, più efficace.

6) Il merito, così, è stato travolto dal metodo a causa di due peccati originali. Il primo: la tentazione, neanche troppo nascosta, di ridimensionare la magistratura, espressione di un'annosa insofferenza verso i contropoteri da parte di certo ceto politico, che storicamente si porta dietro fedine penali non proprio immacolate. Il secondo: una forma di hybris politica che ha portato a voler fare tutto da soli, rinunciando alla forza – vera – di una maggioranza ampia che sul tema era anche compatta, per inseguire quella – apparente – dell’autosufficienza.

7) Il problema di fondo è che il nostro sistema politico fatica a produrre visioni di lungo periodo. Gli incentivi premiano il vantaggio immediato. In questo caso, la tentazione era evidente: intervenire sulla giustizia, poi sulla legge elettorale per rivincere le politiche con agio e portare sullo scranno di Presidente della Repubblica un pretoriano compiacente per consolidare infine il potere esecutivo in una traiettoria coerente con la riforma del premierato.

La storia recente, però, suggerisce prudenza. Tentativi simili li hanno inseguiti, con esiti ben diversi dalle aspettative, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e, prima ancora, Bettino Craxi. Tutti, in forme diverse, avevano in mente un riequilibrio a favore dell’esecutivo e un ridimensionamento della magistratura. Nessuno è arrivato davvero in fondo. E qualcuno ci ha lasciato pure le penne. 

E forse non è un caso.

Perché le riforme istituzionali non si impongono: si reggono. E per reggersi hanno bisogno di consenso largo, tempo e misura. Quando invece nascono per vincere, finiscono quasi sempre per perdere.


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